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La crisi abbatte tutti: GRUPPI E CANTAUTORI

Seconda puntata

Torna il secondo capitolo della trilogia che Angela ha preparato per il QuadriProject. Oggi si parla della crisi nel suonare Live , vista dalla parte delle band e cantautori. Buona lettura !

Ho iniziato la mia trilogia col titolo “La crisi abbatte tutti:….”, ma più analizzo la questione e più penso di aver sbagliato la punteggiatura. Mi spiego meglio; credo di dover correggere i due punti con un bel punto interrogativo, in modo che il risultato sia “La crisi abbatte tutti?”

L’immagine che mi si sta formando nel cervello è che sto benedetto momento nero, si sia abbattuto in modo esponenziale, su chi la musica la fa, la compone, la promuove, e non su chi la compra e la espone al pubblico.
Il materiale ottenuto da quelle anime pie che mi hanno concesso cinque minuti, è sconfortante ma le conclusioni me le tengo per il gran finale, per il momento mi limito ad esporre i fatti.

Prima di tutto dio benedica i social network e la loro potenza. Grazie Facebook che ci metti in contatto con sconosciuti disposti a darti corda. Infatti, dopo aver pubblicato un annuncio pietoso, dove imploravo le giovani band di aiutarmi, arriva un messaggio da parte di Matteo Manea dei Midnight Toker.
Restiamo sempre nella zona del nord est, che ripeto, è quella che conosco meglio. La prima domanda è diretta, mi chiedo quanto sia difficile farsi pagare al giorno d’oggi: “sì, in effetti, è faticoso perché i gruppi, in generale, pretendono molto e hanno poco interesse a farsi promozione ma è anche vero che i locali tendono a raggirarti”.
Addirittura Hel, ex cantante di un ex gruppo hard rock, mi suggerisce un’idea interessante: “se il proprietario non vuole pagare, sta al gruppo decidere come comportarsi, può addirittura scegliere di barricarsi all’interno del locale. Va da sé che non ti possono chiudere dentro con strumenti e tutto, sarebbe sequestro di persona.

A parte lo sconforto iniziale, mi chiedo se davvero dobbiamo arrivare ad impuntarci e dormire in salette dal pavimento appiccicaticcio per ottenere ciò che spetta di diritto. Intrattenere un pubblico, piccolo o grande che sia, richiede sforzo ed un enorme dispersione di energie. Anche se non tutti la vedono così, suonare costa fatica ed è un lavoro, e quando si lavora si viene pagati , o almeno così si vocifera.
Esistono comunque metodi meno radicali per ottenere un compenso; Elvio, cantante del gruppo triestino Alkene, mi espone il loro sistema: “ quando ci proponiamo per suonare dal vivo, la nostra ricerca si concentra su quei locali con cui possiamo avere una certa affinità artistica, facilitando una risposta positiva”. Ok va bene, penserete che questi ragazzi rischino poco e che puntino a porti sicuri, ma dopo tutto non so se sia un ragionamento del tutto scorretto. Almeno cercano di oltrepassare i confini cittadini.
Una soluzione che sul momento può apparire banale, non credo debba essere necessariamente scontata, “perché (prosegue) suonare non deve essere un hobby e farsi pagare è un obbligo, non solo per un ritorno economico, ma per creare una cultura considerato che il livello medio musicale in Italia è bassissimo”.
Se non altro gli Alkene e Hel mettono subito in chiaro le filosofie dei gruppi a cui appartengono, per evitare inutili incomprensioni. Le eliminano in partenza, per non creare equivoci.

Per i cachet c’è sempre da sudare!” Così esordisce invece Enrico, in arte Cortex, eccentrico cantautore triestino. Lui di gente ne conosce tanta ed anche di quella che noi giusti amiamo chiamare giusta. Eppure fatica lo stesso come un pazzo dato che “ ormai i locali si riempiono grazie alle nuove figure sociali come veline, tronisti, concorrenti di reality. Le Arci ed i circoli, sì, quelli sì che pensano un poco di più alla cultura che comunque nel nostro Paese manca, e non parlo solo della musica, ma proprio in generale. Sono i media che tendono a diseducare: è più facile darla a bere ad un popolo ignorante”.
Nell’ignoranza un po’ ci vivo anche io ed infatti credevo, nella mia disarmante ingenuità, che il mito del ma quanta gente mi porti? fosse un subdolo inganno, quanto mi sbagliavo.
Questa è di sicuro la domanda più irritante da porre e le risposte sono unanimi: “ il nostro compito come musicisti è quello di portare sul palco l’esibizione migliore che possiamo, sei tu che hai il locale, sta a te fare più pubblicità possibile”.
Matteo aggiunge:” Sì, ok, io la porto, ma tu che cosa fai? Tu quanta ne porti?” ed Enrico:” Come faccio a saperlo? Io posso dirti quanto e cosa canto ma non posso certo assicurarti che verranno tutti quelli che posso contattare”.
Ed è qui che ritorna la questione iniziale, pare proprio che sti benedetti locali per i concerti live, o meglio i gestori, facciano un pochetto i furbetti. O forse sono le band stesse a lamentarsi senza reagire. O piuttosto, non è forse la mancanza di coesione ad indebolirci tutti?

Hel mi racconta che negli anni 2000 si era tentato di diffondere una specie di “patto” o contratto tra band e locali per evitare incomprensioni, ma indovinate un poco? Non ha ottenuto il minimo successo per la solita questione: niente intesa tra le band (sì, questa volta parlo di band), niente agevolazioni.
Siamo sempre a battere sullo stesso punto. Insisto perché proprio non capisco; perché? Perché non siamo capaci di condividere? Perché preferiamo stare a lamentarci? Perché non reagiamo?
Per cui, chiedo di nuovo, la crisi abbatte tutti?
Domande su domande, che si accumulano ed accavallano.
Le soluzioni tardano ad arrivare ma anche se domani trovassimo mille risposte, queste genererebbero altre mille domande.
Punto e a capo. Si ricomincia.

ANGELA

CAPITOLO 3

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"Se dai un pesce a un uomo, egli si ciberà una volta sola. Ma se tu gli insegni a pescare, egli si nutrirà per tutta la vita.”