Aiuto EmergentiMedia

La crisi abbatte tutti: UFFICI STAMPA E AGENZIE BOOKING

Vista dalla parte degli uffici stampa e agenzie booking

Terzo e ultimo capitolo della trilogia “La crisi abbatte tutti” che Angela propone ai lettori del QuadriProject.

Questa volta mi sono spostata a sud, l’ufficio stampa che ha deciso di dedicarmi qualche minuto è Cheap Sound di Roma e ne fanno parte menti giovani e fresche, da non sottovalutare affatto.

Mi interessa molto raccontare anche il punto di vista degli uffici stampa, perché la maggior parte del lavoro tra pubblicità, contatti e contrattazioni sta a loro e non è per nulla semplice; quello che conta è avere un quadro generale ben preciso secondo Giulio Falla infatti: “per un ufficio stampa è innanzitutto necessaria la comprensione dei canali attraverso i quali è più fruttuoso far passare l’artista, ci sono quelli molto social, quelli poco social, quelli zero social.
Comprendere a fondo le ‘possibilità comunicative’ di uno o più artisti porta all’ufficio stampa un guadagno di tempo non indifferente e, quindi, di denaro, guadagnandone in efficienza
”.

Insomma un lavoro alquanto complesso, difficile da gestire come mi racconta Filippo Baracco:” leggo una ventina di comunicati stampa al giorno, sono tanti, troppi, e per questo li scorro tutti, ma leggo nel dettaglio solo quelli dove vedo qualche parola chiave che mi interessa”.

Quello però che a me più interessa è la parte che riguarda lo scovare date, ed i rapporti che si devono tessere non solo con i gestori dei locali ma anche con i gruppi che appartengono all’ufficio.
La difficoltà principale (parlando di booking) la crea il pubblico, che è molto restio quando si tratta di supportare il mondo indie, (o meglio, auto prodotto) a cui dice di rifarsi. Ma potremmo insistere e dire che il pubblico non si muove perché le band non sono convincenti ecc, ecc, ecc. Puntando il dito, insomma, non si va da nessuna parte. Esistono difficoltà di cui tutti sono responsabili e, quindi, vittime”.
È Filippo Festuccia che parla ed è proprio da qui che voglio andare avanti. Quello che ho capito, grazie a chi ha anche commentato gli articoli precedenti, è che esiste una profonda spaccatura molto difficile da colmare.

Più indago e meno riesco ad individuare un colpevole e sono profondamente in difficoltà, perché non riesco ad additare nessuno. Cerco un capro espiatorio formulando tesi e facendo domande, ma non arrivo ad una vera conclusione, non ho nulla di tangibile in mano. E mi sorprendo, davvero non poco, per la spirale di omertà che naviga tra coloro che tanto si lamentano, che tanto esigono, ma che appena gli chiedi un’opinione se la fanno sotto. Perché mi pare che qui siamo solo bravi a parlare, anzi a lamentarci, ma la verità è che vorremmo tutti la pappa pronta. Allora ci si appoggia a qualcuno, ma poi si è subito pronti a sputtanare chi doveva aiutarci se i risultati non si vedono o non sono quelli sperati; “Diciamo che se già un artista o un gruppo capisce che non può fare tutto da solo e si rivolge ad altre persone per gestire la comunicazione è un discreto segno di onestà nei propri confronti”, aggiunge poi Filippo.
Sì perché anche il contrattare per spillare una data ad un locale oppure semplicemente per ottenere una recensione, è logorante, affidarsi a qualcuno che ti risolva i problemi logistici sicuramente aiuta.

I ragazzi, comunque, mi raccontano che molti locali cercano di venire il più possibile incontro alle band e fanno pure loro quello che possono, ma giustamente si devono preservare perché può benissimo essere che, nel corso degli anni, siano stati fregati o ci abbiano perso. Per questo oggi si sono tutti un po’ inaspriti.
Ma tenetevi forte, perché la fatidica domanda che tormenta gli animi, ossia quanta gente mi porti?, non sembra toccare troppo la Cheap Sound. Scopro una cosa nuova sulla quale tutti e tre i ragazzi si trovano d’accordo:” posso scendere un poco col cachet?” vince il nostro primo premio. Sempre di soldi si tratta; d’altra parte non prendiamoci in giro, l’intera società si basa sul denaro e la differenza tra averlo e non averlo è assolutamente abissale.

Filippo Barracco sembra essere il più pragmatico e mi dice una sacrosanta verità:” Comprendiamo anche il disagio di un locale che si trova a ospitare una band, magari, celebre 350km più a sud ma che là dove sta il locale non conosce nessuno e a dover sborsare 300€ per poi, forse, avere una sala semivuota; ma è anche necessario comprendere le necessità di quattro, cinque, sei persone che si spostano in un furgone – rigorosamente affittato – a spese proprie per centinaia di chilometri. Che poi, quando qualcuno si imbarca in queste incredibili avventure, non lo fa solo per piacere, ma anche per rendere tutto questo, prima o poi, un qualcosa di lontanamente simile a un mestiere”.

Ed insomma siamo qua, all’ultima parte della mia infruttuosa ricerca della verità. Mi piacerebbe davvero poter continuare a cercare, ma la cosa che mi rattrista è che alla fine a nessuno interessa. La storia del coltivare il proprio orticello è tristemente vera.
Qui la “colpa” è di tutti, nessuno ne ha più dell’altro. Le cose non girano perché a noi sta bene così; sta bene a me che scrivo perché posso lamentarmi, sta bene a chi suona perché può commiserarsi, sta bene a chi gestisce un locale perché ha qualcuno da incolpare se a quella serata non ci va nessuno.
Non ne usciremo mai, siamo italiani, siamo fatti così.

Per chi si fosse persi gli articoli precedenti:

CAPITOLO 2

CAPITOLO 1

Angela

LINGUA VERDE

Previous post

Seraphic Eyes: il grunge come non l'avete mai sentito

Next post

OneManPier: uno spaccato di quotidiano in musica

Alberto

"Se dai un pesce a un uomo, egli si ciberà una volta sola. Ma se tu gli insegni a pescare, egli si nutrirà per tutta la vita.”