Pearl Jam: la band “fuori dal coro” di Seattle dagli anni 90′ ad oggi
I Pearl Jam capitanati da Eddie Vedder nascono dalla vecchia scuola grunge di Seattle: gli anni novanta americani videro sull’onda del successo gruppi come gli Alice in Chains, i Soundgarden e i Nirvana, che diedero un impronta stilistica differente al rock, che arricchito di suoni provenienti dal punk, dall’hard rock fino a sfiorare il metal divenne un genere decisamente “alternative”. Basso,batteria e chitarra erano gli elementi minimal insieme a suoni distorti e talvolta rumorosi che rispondessero agli effetti da tastiera e sintetizzatori che avevo caratterizzato la musica degli anni 80′. Seattle creò così un vero e proprio stile definito come “Seattle Sound” che avrebbe portato sulla scena talentuosi giovani come Kurt Cobain, che non si limitavano ad essere musicisti ma anche autori di testi che erano veri e propri inni di rabbia, di dolore e di rivalsa alla vita e alla società politica e culturale del loro tempo.
I Pearl Jam si collocano nel rock di Seattle che rimane più fedele a quello tradizionale, vicini ai suoni degli anni settanta e lontani da quelli metal.
Prima di chiamarsi Pearl Jam e di arrivare ad una formazione definitiva, gli anni dal 1984 al 1990 hanno visto avvicendarsi diversi componenti alla batteria. Il bassista Jeff Ament formò i “Green River” che avrebbero influenzato moltissimo la scena grunge di Seattle negli anni ottanta, e insieme a lui si aggiunse Stone Gossard che sarebbe diventato il chitarrista dei Pearl Jam. La band ben presto si sciolse per riformarsi poi con nuovi componenti sotto il nome di “Mother Love Bone”, ma non ebbe lungo futuro quando il cantante Andy Wood morì per overdose di cocaina, un evento che distrusse moralmente i componenti della band che maturarono esperienze poco impegnative successivamente nel campo musicale. Jeff Ament però qualche anno dopo insieme a Gossard e a due nuovi componenti, Mike McCready e Matt Cameron incideranno su un nastro la musica che diverrà poi il cavallo di battaglia dei Pearl Jam, un demo che arriverà fino ad Eddie Vedder che in poco tempo scriverà testi e parti vocali. Nasceranno così i brani del primo album “Ten”, che richiama il primo nome che la band voleva darsi ispirandosi al giocatore di Basket Mookie Blaylock ma al quale preferiranno “Pearl Jam” in onore della marmellata allucinogena che preparava la nonna di Eddie secondo una tradizione colombiana.
“Ten” è album che indica il distacco della band dagli altri gruppi di Seattle: non solo scelsero di pubblicare con la Sony a differenza dei gruppo grunge di Seattle che pubblicavano con la Subpop, ma stilisticamente si staccarono da quel genere che scatenava furia e rabbia attraverso la musica. I Pearl Jam musicalmente imparano la lezione della musica degli anni 70′, prediligono atmosfere malinconiche e disilluse e la loro attenzione all’attualità diventa uno spunto di riflessione che si trasforma più in una rassegnazione che in un grido di ribellione. Il secondo lavoro “Vs” segue ancora questa scia, ma rendendo il suono più vigoroso e lasciando spazio anche alle ballate: fu un altro successo ma i rapporti tra la band e l’industria musicale divennero sempre più complicati, e decisero che non avrebbero più girato videoclip musicali, una decisione che portarono avanti fino al 1998.
Negli anni successivi seguirono “Vitalology”, un album anche sperimentale che vede Eddie Vedder suonare la fisarmonica; “Mirror Ball”, scritto con Neil Young che ha sempre ampiamente ispirato la musica della band; “No Code”, album che unisce suoni punk a suoni sempre più vicini al country rock. “Yield” propone il sound classico dei Pearl Jam, sotto certi aspetti modernizzato; seguono “Binaural” che sottolinea la loro attenzione alla politica del tempo, ma più rassegnato è “Riot Act”. Negli anni 2000 i Pearl Jam danno grande spazio ai live sui grandi palchi, infatti i lavori discografici in uscita saranno per lo più live e raccolte, fino all’album del 2006 “Pearl Jam”: la band torna a suoni più feroci, vigorosi,elettrici contro l’America dell’11 Settembre. Infine “Backspacer” si alterna tra atmosfere soft rock e qualche arietta punk, ma mantenendo suoni leggeri e più pacati del lavoro precedente.
Vanno ricordate le notevoli esperienze soliste di Vedder: “Into The Wild”, omonima colonna sonora del film, un album dalle atmosfere dolci e malinconiche accentuate dai suoni di chitarra fingerpicking ispirate alla vicenda di Christopher McCandless. Più maturo è “Ukulele Songs”, un album riflessivo e introspettivo dove il cantautore si lascia ad una sorta di diario di vita tra il presente e il passato.







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